Pensieri spontanei, Martina Vaggi

Venerdì, 15 Dicembre 2017
Ultimo agg: 15 Dicembre 2017, 16:35
Facebook Twitter Instagram

La paura che paralizza, la paura che ti spinge a muoverti - Pensieri Spontanei di Martina Vaggi

A volte non c’è nulla che non quadra eppure neanche nulla che sia al posto giusto.

Viviamo tutti dei giorni bui, dei momenti del nostro passato dei quali non andiamo fieri. Dei periodi della nostra vita in cui abbiamo smarrito noi stessi e ci siamo persi per poi non riconoscerci più. Questo forse è portato dall’instabilità della vita o, piuttosto, dal fatto che siamo noi i primi ad essere un po’ instabili.
Eppure a volte non c’è un perché o un motivo scatenante di quella situazione. A volte non c’è nulla che non quadra eppure neanche nulla che sia al posto giusto.
Per me, che ai tempi avevo solo 23 anni, nulla sembrava essere fuori posto: avevo solo un’università da finire e nessuna responsabilità al mondo se non questa. Ero circondata – sono sempre stata circondata – da persone stupende: dei genitori incredibili che non mi avevano mai fatto pressione sul fatto che io ancora non lavorassi e non mi mantenessi da sola. Delle amiche di cui mi sono circondata e poi c’era lo sport che a me ha sempre dato tanto. Ho sempre avuto tanto dalla vita – anche più di quanto meritassi – eppure in quel momento questo è diventato un problema per me. Il fatto che, amicizie e rapporti sociali a parte, io non mi fossi mai guadagnata nulla di ciò che avevo. Era sempre stato tutto gratis, tutto facile, troppo facile per una come me che la vita ama complicarsela. Mi sentivo in colpa per un’università che non pagavo io e che ritardavo a concludere. Mi sentivo inutile per un lavoro che non svolgevo e anche ancora non cercavo. Non avevo più obbiettivi: le lezioni all’università le avevo concluse, mi mancavano solo gli ultimi esami e passavo ormai tutto il mio tempo a casa cercando di finirli e, a volte, non provandoci nemmeno.
Stare sempre a casa si può rivelare molto pericoloso, almeno per me. Perché mi portava a pensare a tutto ciò che andava male e a fantasticare ad una vita che non avevo e che volevo. Mi ha portato ad impigrirmi, a svegliarmi sempre più tardi la mattina, a non avere ritmi, quei ritmi che, mi sono resa conto solo una volta che ho iniziato a lavorare, per me sono tutto perché scandiscono il mio tempo e la mia giornata in regole ferree da seguire. Ho sempre avuto bisogno di regole anche se in fondo non le ho mai tollerate granché, in un tipico dualismo che mi caratterizza e che rispecchia la mia vita, in fondo.
Se ripenso a quel periodo penso a quanto una persona sia in grado di fingere, persino una come me che tende sempre a dire ciò che pensa, anche a suo discapito.
Eppure uscivo, ero allegra, non dicevo mai di no per una cena o per una serata. Ma tutto questo non alleviava l’inutilità che sentivo, anzi, la peggiorava. Da fuori apparivo sicura, sorridevo ma dentro mi sentivo inutile.
Mi sentivo un fallimento e non tanto per le aspettative che altri potevano avere su di me, quanto per le aspettative che io mi ero posta su me stessa. Ero ad un bivio: sapevo in fondo quale strada dovevo prendere – qual era quella giusta – ma non riuscivo a muovermi. Ero paralizzata da ciò che volevo e che non riuscivo ad ottenere. Troppo consapevole di avere tutto ma di non essermi mai guadagnata niente, troppo frustrata della mia vita da prendermela magari con le persone che avevo vicino. Se instauravo rapporti con un ragazzo il rapporto finiva sempre male e io tiravo fuori il peggio di me per poi pentirmene un minuto dopo. Ripensandoci ora, credo che in quel periodo davo il peggio di me perché era l’unica cosa che potevo realmente dare. Non avevo più riserve di autostima. Non credevo in me, ero diventata un’insicura cronica, una di quelle persone che non riescono a muovere il culo per raggiungere i loro obbiettivi perché, di base, non l’hanno mai dovuto fare in vita loro.
Ma se non riesci a tirarti fuori dai tuoi stessi problemi tu, come pensi che qualcun altro ti salvi dal tuo abisso?”, questo continuavo a pensare.
Guardavo la vita degli altri andare avanti: le mie amiche laurearsi, iniziare a trovare un lavoro mentre io mi sentivo ferma al punto di partenza.
Le sentivo parlare di ore di lavoro, riposi, sacrifici, seppur piccoli o grandi, e pensavo: “Non vedo l’ora di affrontare anche io tutto questo”.
Eppure non riuscivo a muovermi.
Ripensandoci ora, forse era molto più comodo – è sempre più comodo – inscenare la parte della vittima che non riesce ottenere ciò che vuole, piuttosto che darsi da fare e iniziare a costruire, passo dopo passo, la strada sulla quale vuoi camminare.
E’ assurdo, me lo dicevo anche all’epoca: avere tutto e sentire di non avere niente. Perché quello che più mi mancava, e che, mi resi conto dopo, non dovrebbe mancare mai, era la fiducia in me stessa. La grinta di non buttarsi giù, la pazienza nell’accettare che si può anche cadere nella vita ma ci si deve sempre rialzare da soli.
In quel periodo non scrivevo più. Non leggevo più. Non facevo più tutte quelle cose che mi hanno sempre fatto stare bene. Non so dare una definizione di quello che quel momento è stato per me. Non so dire se era depressione o svogliatezza o forse entrambe. Sono sempre stata allergica alle definizioni perché prima di vedere qualcuno come un paziente da curare preferisco vederlo per quello che realmente è: una persona con alti e bassi, con sbavature e linee dritte e ben definite. Una persona che sbaglia, volta pagina e ricomincia.
Così ho fatto io. E’ saltato fuori che il vero limite non sempre te lo impone la vita. Nel mio caso il limite me lo sono sempre imposto io. E’ venuto fuori che non erano certo quei due esami che mi mancavano alla laurea il problema: di quelli me ne sono sbarazzata e il giorno in cui mi sono laureata ricordo di aver pensato: “Ah, ma era davvero così facile?”.
E poi da lì ho ricominciato. Mi sono buttata in lavori che volevo fare per scoprire se davvero facevano per me e in altri che mai avrei pensato di fare e nei quali sono partita completamente da zero.
E oggi quel periodo mi serve per pensare a quanto lavoro facciamo su noi stessi senza neanche accorgercene. A quanto i risultati di quel lavoro si vedano dopo tanto, troppo tempo: così tanto che una persona cambia e si trasforma senza neanche rendersene conto.
Non credo di aver mai detto a nessuno di quel mio periodo che ora guardo a mente lucida e do in pasto alla carta perché è l’unica cosa che davvero so fare e della quale non me ne libererò mai. Era nascosto in me, come un’infinità di varie cose, parole, imperfezioni.
Esistono in fondo periodi negativi per tutti e cause scatenanti per ognuno di essi. Per me la causa scatenante è stata la paura: paura di non essere all’altezza delle mie aspettative. Ma la stessa paura che ieri mi ha paralizzato e bloccato dal fare qualsiasi cosa oggi, invece, mi accende e mi porta a buttarmi nelle cose e a viverle più che posso.
All’epoca non sapevo ancora quali fossero i veri problemi. Non conoscevo ancora le responsabilità, non avevo ancora visto da vicino una malattia feroce, che ti costringe a vivere con l’ansia e la paura (la vera paura) di vedere un tuo amico o un tuo famigliare strappato dalla quotidianità, dalla routine, dalle piccole cose a cui rimaniamo aggrappati ogni giorno e che spesso diamo per scontate.
E ho capito, con il tempo che, forse, il segreto del vivere serenamente non è l’avere la fortuna di vivere una vita facile o la sfortuna di trovarsi a convivere con un dramma dopo l’altro, perché purtroppo di alti e bassi è fatta la vita di tutti noi. Forse la soluzione è cercare, trovare, e costruire continuamente un nostro equilibrio che ci permetta di vivere con leggerezza i periodi belli, e accusare il colpo nei periodi bui.
Senza farsi mai troppe domande su quello che accadrà.

Galleria foto

Scopri ora le nostre offerte

Altri articoli nella stessa categoria